Primavera vien danzando
vien danzando alla tua porta.
Sai tu dirmi che ti porta?
- Ghirlandette di farfalle,
campanelle di vilucci,
quali azzurre, quali gialle
e poi rose, a fasci e a mucchi.
E l'estate vien cantando
vien cantando alla tua porta,
sai tu dirmi che ti porta?
- Un cestel di bionde pesche
vellutate, appena tocche;
e ciliege lustre e fresche
ben divise a mazzi e a ciocche.
Vien l'autunno sospirando
sospirando alla tua porta,
sai tu dirmi che ti porta?
- Qualche bocca porporina,
nidi vuoti, rame spoglie,
e tre gocciole di brina,
e un pungel di morte foglie.
E l'nverno vien tremando,
vien tremando alla tua porta,
sai tu dirmi che ti porta?
- Un fastel d'aridi ciocchi,
un fringuello irrigidito;
e poe neve, neve a fiocchi,
e ghiacciuoli grossi un dito.
domenica 5 giugno 2016
mercoledì 1 giugno 2016
L'ultima ora di Venezia - Arnaldo Fusinato
E' fosco l'aere, il cielo è muto,
ed io sul tacito veron seduto,
in solitaria malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia!
Fra i rotti nugoli dell'occidente
il raggio perdesi del sol morente,
e mesto sibila per l'aria bruna
l'ultimo gemito della laguna.
Passa una gondola della città.
"Ehi, dalla gondola, qual novità?"
"Il morbo infuria, il pan ci manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!"
No, no, non splendere su tanti guai,
sole d'Italia, non splendere mai;
e sulla veneta spenta fortuna
si eterni il gemito della laguna.
Venezia! l'ultima ora è venuta,
illustre martire, tu sei perduta...
Il mordo infuria, il pan ti manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!
Ma non le ignivome palle roventi,
ne' i mille fulmini su te stridenti,
troncato ai liberi tuoi dì lo steame...
Viva Venezia!
Muore di fame!
Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,
l'altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!
Viva Venezia!
L'ira nemica la sua riuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria, ma il pan le manca...
sul ponte sventola bandiera bianca!
Ed ora infrangasi qui sulla pietra,
finché è ancor libera,
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l'ultimo canto,
l'ultimo bacio,
l'ultimo pianto!
Ramingo ed esule in suol straniero,
vivrai, Venezia, nel mio pensiero;
vivrai nel tempio qui del mio cuore,
come l'immagine del primo amore.
Ma il vento sibila,
ma l'onda è scura,
ma tutta in tenebre
è la natura:
le corde stridono,
la voce manca...
Sul ponte sventola
bandiera bianca!
ed io sul tacito veron seduto,
in solitaria malinconia
ti guardo e lagrimo,
Venezia mia!
Fra i rotti nugoli dell'occidente
il raggio perdesi del sol morente,
e mesto sibila per l'aria bruna
l'ultimo gemito della laguna.
Passa una gondola della città.
"Ehi, dalla gondola, qual novità?"
"Il morbo infuria, il pan ci manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!"
No, no, non splendere su tanti guai,
sole d'Italia, non splendere mai;
e sulla veneta spenta fortuna
si eterni il gemito della laguna.
Venezia! l'ultima ora è venuta,
illustre martire, tu sei perduta...
Il mordo infuria, il pan ti manca,
sul ponte sventola bandiera bianca!
Ma non le ignivome palle roventi,
ne' i mille fulmini su te stridenti,
troncato ai liberi tuoi dì lo steame...
Viva Venezia!
Muore di fame!
Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,
l'altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!
Viva Venezia!
L'ira nemica la sua riuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria, ma il pan le manca...
sul ponte sventola bandiera bianca!
Ed ora infrangasi qui sulla pietra,
finché è ancor libera,
questa mia cetra.
A te, Venezia,
l'ultimo canto,
l'ultimo bacio,
l'ultimo pianto!
Ramingo ed esule in suol straniero,
vivrai, Venezia, nel mio pensiero;
vivrai nel tempio qui del mio cuore,
come l'immagine del primo amore.
Ma il vento sibila,
ma l'onda è scura,
ma tutta in tenebre
è la natura:
le corde stridono,
la voce manca...
Sul ponte sventola
bandiera bianca!
"Arrivano i NAM" dii Piero Colaprico
Breve storia di guerriglia, scontri, pareggiamento di conti.
Le lotte avvengono tra ceti diversi, fronti politici opposti o etnie.
Un gruppo di giovani nonni che si sentono un po' come Robin Hood ma a differenza di quest'ultimo loro non rubano denaro ai ricchi per darlo ai poveri, bensì usano la giustizia "fai da te" quand'essa viene a mancare istituzionalmente, negli screzi giornalieri ma anche in ingiustizie ben più grandi.
I conti però vengono pareggiati solo quando il problema tocca uno del gruppo, giusto per sentirsi un po' più in pace con la coscienza.
Colaprico usa una linguaggio semplice e, un po' come tutti gli "Inediti d'autore", si legge facilmente tutto in meno di un'ora.
Il tema sono le guerriglie di strada, gli stessi protagonisti ricordano quando la guerra se la facevano tra compagni e camerate ma ora che sono cresciuti i problemi sono ben altri, e complice una giustizia assente, è tempo di mettere da parte la politica ed agire tutti assieme apoliticamente, apartiticamente, contro i problemi che vedono protagonista una Milano di decine di anni fa.
sabato 28 maggio 2016
San Martino - Giosuè Carducci
La nebbia a gl'irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor de i vini
l'anime a rallegrar.
Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
sull'uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;
ma per le vie del borgo
dal ribollir de' tini
va l'aspro odor de i vini
l'anime a rallegrar.
Gira su' ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
sull'uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d'uccelli neri,
com'esuli pensieri,
nel vespero migrar.
martedì 24 maggio 2016
A Zacinto - Ugo Foscolo
Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque.
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l'inclito verso di colui che l'acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e si sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.
sabato 21 maggio 2016
"La lince" di Silvia Avallone
Queste 62 pagine provano che il karma non esiste.
Piero, il nostro protagonista, rapina, picchia e tratta la povera moglie, che per altro tradisce, come una pezza da piedi.
Incontra Andrea, in un Autogrill una notte in cui commette una delle sue tante rapine. Un bel giovane, dai lineamenti femminili, biondo e dagli occhi glaciali.
Decide di "prendersi cura" del giovane facendogli continui regali (con i soldi delle refurtive) forse per sentirsi accettato dal giovane.
Potremmo dire di intravedere il karma solo quando Andrea lo "elimina" dalla sua vita dopo aver infranto la richiesta più assoluta ed importa che il giovane gli fa.
Scritto molto bene, scorrevole branetto che si legge in 40/45 minuti. Per me sconosciuta la Avallone (autrici del più famoso "Acciaio"), trovo in questa storia un po' di banalità ed ingiustizia, non c'è equilibrio e nessuno si prende una rivincita su Piero, l'odioso uomo che vive di espedienti.
Forse rispecchia proprio l'attualità in Italia.
mercoledì 18 maggio 2016
"L'amica geniale" frasi
"Il suo proposito è stato sempre un altro: voleva volatilizzarsi; voleva disperdere ogni sua cellula; di lei non si doveva trovare più niente."
"A nessuno veniva in mente che Donato si prodigasse a quel modo per alleviare le fatiche della moglie. No: tutti i maschi delle palazzine, mio padre in testa, lo consideravano un uomo a cui piace fare la femmina, tanto più che scriveva poesie e le leggeva volentieri a chiunque."
Qui troviamo come la mentalità di una volta era chiusa e scindeva le due categorie: robe da maschi e robe da femmine: il limite è invalicabile.
"Passò poco e Rino, il fratello adorato di Lila, arrivò sotto scuola e diede molte mazzate a Enzo, che si difese appena. Rino era più grande, più grosso e più motivato. Non solo: Enzo non disse niente delle botte ricevute né ai suoi fratelli né ai cugini, che lavoravano tutti in campagna e vendevano frutta e verdura con la carretta. A quel punto, grazie a lui, finirono le vendette."
La "legge" del rione prevedere la regola del "dente per dente" fratelli più grandi, o parenti prossimi che fossero adolescenti, andavano a vendicare il torto fatto alla sorella minore. In questo caso Enzo pone fine a tutte queste vendette coraggiosamente, mettendo da parte l'orgoglio per qualcosa di più importante: la fine delle diatribe.
Quando Elena rifiuta un passaggio in auto dai fratelli Solara, i più ricchi del Rione, quelli che "dettano legge"
"Dissi no perché se mio padre fosse venuto a sapere che ero salita su quell'automobile [.....] mi avrebbe uccisa di mazzate subito, mentre in parallelo i miei due fratellini, Peppe e Gianni, sebbene piccoli di età, si sarebbero sentiti obbligati a cercare di ammazza i fratelli Solara. Non c'erano regole scritte, si sapeva che era così e basta"
C'è una sorta di dipendenza di Elena nei confronti di Lila, la prima non riesce a stare senza la seconda tanto che si trova quasi moralmente autocostretta ad essere brava, ad eccellere in qualcosa in cui l'amica non è così brava, per un senso di accettazione, come fosse una qualità a cui Lila non può rinunciare.
"Di sicuro stava accadendo, con quel giro in macchina, qualcosa di rilevante, eppure Lila non aveva saputo o voluto fornirmi gli elementi necessari per capire. [...] Lei era così, rompeva equilibri solo per vedere in quale altro modo poteva ricomporli."
- Chi è?
- Stefano
- Lo sapevo già, ma non ci potevo credere.
- Ci devi credere, è così.
- Ammazzerò te e lui
- Con me ci puoi provare subito.
Marcello si staccò dal lampione, di furia, ma con una specie di rantolo si morse a sangue la destra chiusa a pugno.
- Ti voglio troppo bene e non lo posso fare
- Allora fallo fare a tuo fratello, a tuo padre, a qualche amico vostro, può essere che loro sono capaci. Però chiarisci a tutti che dovete ammazzare prima me. Perché se toccate altro mentre sono viva, sono io che vi ammazzo, e lo sai che lo faccio, comincio da te.
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